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FORMAGGI TIPICI


Formaggio di conca

Formaggio prodotto con latte intero di vacca, utilizzando inoltre caglio, sale e fermenti lattici, ha una stagionatura medio-lunga, dai 5 agli 8 mesi, pasta semicotta compatta, pastosa ma al tempo stesso elastica.

Di forma cilindrica, con un diametro di circa 33 centimetri, può pesare fino a 7,5 chilogrammi.


La stagionatura medio-lunga dona al “Conca” un sapore intenso, anche se morbido e con ancora un retrogusto dolce, un profumo pronunciato ed un colore paglierino chiaro. Durante la stagionatura , come tradizione secolare nelle nostre valli, la crosta viene oleata con olio di lino crudo alimentare per evitare una eccessiva essiccazione e dare una protezione alla stessa. Particolarmente adatto per fondute o fuso alla piastra.

Conciato romano

Sui formaggi della tradizione campana sicuramente torreggia il conciato romano, “esumato” da alcune aziende della zona del Volturno e diventato Presidio Slow Food nel 2000.

A dispetto del nome il conciato romano è di indubbia provenienza sannita; tradizionalmente prodotto nel casertano ha origine nel comune di Castel di Sasso e nei paesi del Monte Maggiore.

 

Realizzato con latte ovino, di pecora o di mucca ha di particolare la laboriosa lavorazione che prevede, nella fase iniziale, la rottura a mano della cagliata, che viene ridotta in pezzi minutissimi simili a chicchi di riso. Il composto che ne deriva viene messo all’interno di fuscelle di vimini o plastica, dopodiché si attende che il cacio abbia preso forma e si procede alla salatura manuale. Si attendono 12 ore prima che le forme vengano riposte sul “casale” (tipica struttura di legno aperta), dove si lasciano asciugare prima di essere sottoposte alla concia.

Questa consiste nel lavaggio del formaggio con l’acqua di cottura delle “pettole”, una pasta fatta a mano tipica della zona, che lascia sulla crosta un lieve strato di amido. Quindi le caciotte vengono trattate con una miscela di olio d’oliva, aceto di vino Casavecchia, piperna, peperoncino e finalmente vengono messe a stagionare in anfore di creta, dove riposeranno da 6 mesi fino a due anni. Il risultato di questa lunga lavorazione è un formaggio a pasta dura di colore giallo intenso e dal sapore deciso, talora piccante, ma al contempo equilibrato e fragrante.

Per le sue caratteristiche il conciato romano viene assimilato al formaggio di fossa, ma rispetto a quest’ultimo il conciato ha origini , tant’è che viene considerato il formaggio più antico d’Italia.

A tavola si abbina con vini passiti dell’alto casertano, marmellate e miele, pasta fatta in casa (gnocchi con i “friarielli”), con mele annurca infornate con zucchero e Asprinio e vino DOC diffuso principalmente nella provincia di Aversa.

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VINI TIPICI

GALLUCCIO

Il vino a denominazione di origine controllata “Galluccio” deve essere ottenuto esclusivamente mediante vinificazione delle uve prodotte nella zona di produzione delimitata dal Disciplinare e provenienti da vigneti che, nell’ambito aziendale, abbiano le seguenti composizioni ampelografiche:
“Galluccio” bianco
Falanghina minimo 70%
Possono concorrere alla produzione di detto vino, da soli o congiuntamente, altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei e/o in osservazione, ammessi alla coltivazione nella Provincia di Caserta, fino ad un massimo del 30%.
“Galluccio” rosso e rosato
Aglianico minimo 70%
Possono concorrere alla produzione di detti vini, da soli o congiuntamente, altri vitigni a bacca rossa, non aromatici, idonei e/o in osservazione, ammessi alla coltivazione nella provincia di Caserta, fino ad un massimo del 30%.
I vini ad a DOP “Galluccio” bianchi, rossi e rosati devono essere ottenuti da uve provenienti da vigneti composti, nell’ambito aziendale, da uno o più vitigni inclusi tra quelli idonei alla coltivazione per i rispettivi bacini viticoli e unità amministrative della regione Campania iscritti nel registro nazionale delle varietà di vite per uve da vino, riportati nel disciplinare.

I vini a denominazione di origine controllata «Galluccio» all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:

“Galluccio” bianco:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
acidità totale minima: 5,0 g/l;
estratto non riduttore minimo: 15,0 g/l.

“Galluccio” rosso:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
acidità totale minima: 5,0 g/l;
estratto non riduttore minimo: 18,0 g/l.

“Galluccio” rosato:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
acidità totale minima: 5,0 g/l;
estratto non riduttore minimo: 17,0 g/l.

E’ in facoltà del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, modificare, con proprio decreto, sentito il Consorzio di tutela, i valori minimi riferiti all’acidità totale e ll’estratto non riduttore.

Caratteristiche organolettiche

I vini a denominazione di origine controllata «Galluccio» all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:

“Galluccio” bianco:
colore: giallo paglierino più o meno intenso;
profumo: delicato, fruttato, caratteristico;
sapore: secco, fresco, armonico.

“Galluccio” rosso:
colore: rosso rubino più o meno intenso, tendente al granata con l’invecchiamento;
profumo: gradevole, delicato, caratteristico;
sapore: asciutto, fresco, armonico.




Falerno del Massico

Il Falerno del Massico è un vino dalle antichissime e nobili origini, che possono vantare ben 2000 anni di storia. È prodotto in provincia di Caserta alle pendici del Monte Massico, in un territorio ritenuto altamente vocato per la coltivazione della vite fin dal tempo degli antichi Romani. Si tratta, infatti, del discendente del celebre vino romano Falernum, che era ritenuto tra i migliori rossi in assoluto dagli imperatori e dai Patrizi di Roma. Tuttavia, nonostante la sua straordinaria fama nei tempi antichi, con la decadenza dell’Impero romano e la sua successiva caduta, si persero le tracce di questo mitico vino. La riscoperta della zona di produzione dell’area del Monte Massico, cominciò nel corso dell’800, ma solo negli ultimi 40 anni alcuni produttori del territorio hanno deciso di recuperare la grande tradizione riproponendo un vino che potesse richiamare alla memoria il famoso nettare dei tempi degli Antichi Romani. Nasce così la riscoperta di un grande terroir e di un vino che oggi si pone a pieno diritto tra le migliori eccellenze dell’enologia campana.

 

Falerno del Massico: il vitigno e le caratteristiche

La versione tradizionale del Falerno del Massico Rosso DOC è prodotta con i due vitigni a bacca rossa autoctoni della Campania: l’aglianico e il piedirosso. L’aglianico è un antichissimo vitigno introdotto nelle regioni del sud Italia durante la colonizzazione greca. Si distingue per corpo e struttura importanti, fitta trama tannica e decisa acidità. Il piedirosso è un vitigno autoctono diffuso soprattutto in provincia di Napoli, nell’area vesuviana e del Monte Somma. A volte viene vinificato in purezza ma spesso è utilizzato insieme all’aglianico e allo sciascinoso. Il disciplinare prevede anche l’utilizzo del primitivo, un vitigno autoctono della Puglia che viene però coltivato in molte Regioni del sud Italia. Si tratta di un vitigno probabilmente originario della Dalmazia, viste le similitudini con il plavac mali e che prende il suo nome dalla maturazione precoce delle uve. Il Falerno del Massico Rosso DOC è un vino di buona struttura, dal colore rosso rubino intenso. Il suo bouquet esprime note fruttate piuttosto austere, con sentori leggermente speziati. Al palato ha una trama tannica importante e buona acidità.
La versione Falerno del Massico Primitivo DOC si distingue per note di frutta rossa e piccoli frutti di bosco, accompagnate da sentori speziati. Al palato risulta caldo, potente, di grande struttura, con aromi avvolgenti e intensi.

 

La Denominazione e il Consorzio del Falerno del Massico

Il vino Falerno del Massico è stato riconosciuto con la Denominazione d’Origine Controllata nel 1989. La zona di produzione è limitata al territorio di pochi comuni in provincia di Caserta: Carinola, Cellole, Falciano del Massico, Mondragone e Sessa Aurunca. Il disciplinare prevede anche la versione Falerno del Massico Bianco a base i falanghina (minimo 86%), tuttavia l’antica tradizione del territorio è legata alla produzione di vini rossi. Per il Falerno del Massico Rosso anche Riserva, la base ampelografica è stabilita in aglianico (minimo 60%) e piedirosso (massimo 40%), che sono le due uve tipiche del territorio, più un eventuale 15% di altre uve a bacca rossa autorizzate nella provincia di Caserta. È inoltre prevista anche la versione Falerno del Massico Primitivo, prodotta con uva primitivo (minimo 85%) e un eventuale saldo di aglianico, piedirosso o barbera, per un massimo complessivo del 15%. Il titolo alcolometrico minimo è di 12% per il Rosso e 12,50% per il Primitivo. ?Il Falerno del Massico Rosso e Primitivo, devono essere sottoposti a un invecchiamento minimo di 12 mesi prima di essere commercializzati. Per la Riserva è previsto un periodo d’invecchiamento di 2 anni di cui uno in botti di legno. 


Terre del volturno

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la IGT “Terre del Volturno” comprende l’intero territorio amministrativo dei comuni di: 
Capriati al Volturno, Gallo, Fontegreca , Ciorlano, Prata Sannita, Letino, Valle Agricola, S. Gregorio Matese, Pratella, Ailano, Raviscanina, S. Angelo Alife , Piedimonte Matese, Castello Matese, San Potito Sannitico, Baia Latina, Alife, Gioia Sannitica, Dragoni, Alvignano, Liberi, Ruviano, Caiazzo, Castel Campagnano, Piana di Monteverna, Castel di Sasso, Pontelatone, Formicola, Giano Vetusto, Pignataro Maggiore, Pastorano, Castel Morrone, Vitulazio, Bellona, Camigliano, Capua, Grazzanise, Santa Maria la Fossa, Cancello Arnone, Castelvolturno, Villa Literno, San Tammaro, Santa Maria Capua Vetere, Macerata Campania, Casapulla, San Prisco, Casagiove, Portico di Caserta, Recale, S. Nicola la Strada, Capodrise, Marcianise, Caserta, Maddaloni, Valle di Maddaloni, Cervino, Santa Maria a Vico, Arienzo, S. Felice a Cancello, Curti, Casal di Principe, S. Cipriano d’Aversa, Villa di Briano, Frignano, Casaluce, Teverola, Carinaro, Gricignano di Aversa, Succivo, Orta di Atella, S. Marcellino, Trentola Ducenta Parete, Lusciano , Aversa, Cesa, S. Arpino, Casapesenna, S. Marco Evangelista in provincia di Caserta.
e l’intero territorio amministrativo dei comuni di:
Giugliano, Qualiano, Sant’Antimo.

La presenza dell’uomo nelle ricche terre della pianura campana intorno al Volturno è antichissima e i ritrovamenti archeologici ci dicono che all’inizio viveva cacciando con mezzi rudimentali e raccogliendo i frutti spontanei della natura. Intorno al 900 a.C. gli uomini campani fecero importanti conquiste: non più nomadi, iniziarono a vivere in gruppi sociali,non abitarono più nelle grotte, per cui erano stati chiamati Opici dai Greci e Opicia il loro territorio, ed iniziarono ad essere coltivatori,dando sempre più importanza a questa attività,tanto da farla prevalere sulla pastorizia.
Quando tra la fine del IX secolo e gli inizi dell’VIII i Greci iniziarono a colonizzare la Campania, il territorio era già abitato da popolazioni che possiamo chiamare indigene e anche dagli Etruschi, che proprio in quegli anni avevano fondato Capua e che già praticavano un tipo di viticoltura I Greci ,grandi coltivatori della vite,quando colonizzarono la parte meridionale della nostra penisola,trovarono un ambiente adatto alla sua crescita e la diffusero dovunque le caratteristiche del suolo e del clima lo consentissero e la valle del Volturno per la natura del terreno e le dolci colline risultò essere un habitat molto favorevole.
I Romani, conquistata la penisola, si trovarono di fronte ad una viticoltura di due tipi:quella etrusca basata sulla tecnica di maritare la vite ad alberi vivi parzialmente sfrondati, che produceva un vino un po’ più aspro e di bassa gradazione alcolica e d’altra parte la modalità dei Greci con impianti potati a corto.
Il vino e la vite furono argomento di interesse di vari scrittori dell’antica Roma quali Virgilio, Plinio il Vecchio e soprattutto Columella. Da Cicerone sappiamo che si praticava una politica di protezionismo nei riguardi della vite e dell’ulivo non permettendo ai popoli oltre le Alpi di piantarli, ”per dare maggiore valore alle viti e agli ulivi di casa nostra”,come egli stesso dice, anche se i Romani, pur bevendo il vino in ogni occasione festiva e in ogni banchetto, non assaporandolo puro, ma mescolato a tutta una serie di ingredienti, non lo gustavano in purezza.
Con la caduta dell’Impero Romano e le invasioni barbariche tutte le forme di agricoltura vennero meno se non quelle legate alla sopravvivenza. La vite continuò a fiorire negli orti delle chiese e dei chiostri grazie al Cristianesimo, che aveva assunto il vino come uno degli elementi essenziali dell’Eucarestia. Con lo scorrere dei secoli la produzione di vini rifiorì e nonostante i grandi flagelli dello oidio,della fillossera e della peronospora arrivati dalle Americhe, con tenacia, impegno e studio si riuscì a salvare questo grande patrimonio dell’umanità. 
Eppure Plinio il Vecchio già nel I secolo d.C parlava della bontà dei vini della Campania felix nella sua Naturalis Historia; ne tesseva le lodi dicendo che la Campania aveva fatto salire il pregio di alcuni vini come il Caulinum e il Trebulanum che è stato da alcuni avvicinato al Casavecchia, in quanto Plinio parlava di Trebulanum, che era bevuto dai soldati, come vino prodotto nel quadrilatero di Pontelatone, Formicola, Castel di Sasso e Liberi.
La valorizzazione dei vini IGT Terre del Volturno è anch’essa storia abbastanza recente, ma i vitigni non sono recenti,sono antichi,anzi antichissimi,autoctoni,quasi tutti citati nella suddetta opera di Plinio il Vecchio,anche se con appellativi diversi. Aglianico, Asprinio, Casavecchia, Coda di Volpe, Falanghina, Fiano, Greco, Pallagrello bianco e Pallagrello nero, Piedirosso, Primitivo, Sciascinoso evocano nei loro nomi i lontani coltivatori greci o romani o significati legati ai dialetti locali, che documentano il loro stretto legame con le tradizioni del luogo di produzione e il territorio: così Aglianico da ellenico, Coda di volpe dal latino caudia vulpium per la sua forma caratteristica che fa pensare dalla coda di volpe; Fiano anch’esso dal latino vitis apiana, perché le api erano particolarmente ghiotte della dolcezza di queste uve; la Falanghina, che viene da ceppi romanobalcanici, trarrebbe il suo nome dal latino falanx o palo al quale le viti erano sostenute; l’Asprinio con le sue alberate è ancora una caratteristica della zona aversana dal tempo degli Etruschi; mentre Pallagrello ( o Pallarello nel dialetto locale) verrebbe da Pilleolata, letteralmente piccola palla in latino, a richiamare la forma degli acini.
Il Pallagrello è uno dei pochi casi di vitigno a bacca bianca e rossa. U pallarell, che nel dialetto locale significa rotondetto, riferito agli acini che hanno forma piccola e tonda, più antico del Casavecchia, la cui provenienza risale probabilmente all’antica Grecia, era presente addirittura nella vigna del ventaglio voluta da Ferdinando IV di Borbone nel real sito di S. Leucio. I Borbone lo apprezzavano molto e lo includevano con il nome di Piedimonte rosso(dalla zona pedemontana del Matese da cui ha origine) tra i vini delle grandi occasioni,preferendolo a quelli francesi e lo fecero così diventare il vino del re. Questo vitigno è stato confuso in passato con il Coda di volpe e fu il Froio che, dopo aver parlato del Coda di volpe usando i sinonimi Pallagrello bianco e Durante, verso la fine del 1800 diede notizia di un Coda di volpe diffusa a Torre del Greco e del Pallagrello diffuso nel Casertano,ritenendo quindi diverse le due varietà e comunque studi recenti ne hanno sancito la definitiva differenza. Esso oggi è molto diffuso nella provincia di Caserta e maggiormente nell’area delle colline caiatine.

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Base ampelografica
La IGT “Terre del Volturno” è riservata ai seguenti vini: bianco, bianco amabile, bianco frizzante ,bianco passito, rosso, rosso amabile, rosso frizzante, rosso passito, rosso novello, rosato, rosato amabile, rosato frizzante.
I vini ad IGT “Terre del Volturno” bianchi, rossi e rosati devono essere ottenuti da uve provenienti da vigneti composti, nell’ambito aziendale, da uno o più vitigni a bacca di colore analogo, idonei alla coltivazione per le province di Caserta e Napoli ed iscritti nel Registro Nazionale delle varietà di vite per uve da vino, riportati nel disciplinare.
I vini ad IGT “Terre del Volturno” con la specificazione di uno dei seguenti vitigni:
Aglianico, Asprinio, Casavecchia, Coda di Volpe, Falanghina, Fiano, Greco, Pallagrello bianco, Pallagrello nero, Piedirosso, Primitivo, Sciascinoso, Casavecchia
è riservata ai vini ottenuti da uve a bacca di colore analogo provenienti da vigneti composti, nell’ambito aziendale, per almeno l’85% dai corrispondenti vitigni.
Possono concorrere, da sole o congiuntamente, alla produzione dei mosti e dei vini sopra indicati, le uve dei vitigni a bacca di colore analogo, non aromatici, idonei alla coltivazione per le province di Caserta e Napoli, fino ad un massimo del 15%, idonei alla coltivazione per i rispettivi bacini viticoli e unità amministrative della regione Campania.
I vini ad IGT “Terre del Volturno” con la specificazione del vitigno: Asprinio possono essere prodotti anche nella tipologia frizzante.

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c”TERRE AURUNCHE”

Descrizione del prodotto

L’olio extra vergine di oliva “TERRE AURUNCHE”, secondo il disciplinare di produzione, richiede l’impiego di olive provenienti per almeno il 70% dalla cultivar “Sessana”. La Sessana è originaria della zona di produzione (il suo nome deriva dal nome della cittadina Sessa Aurunca, comune più esteso della zona di produzione), mentre le cultivar minori previste (Corniola, Itrana e Tonacella) sono originarie dei territori confinanti e rappresentano un altrettanto importante patrimonio della biodiversità locale.

L’olio extra vergine di oliva “Terre Aurunche” al momento dell’immissione al consumo presenta ottime caratteristiche fisiche, chimiche ed organolettiche, con acidità inferiore a 0,60 e un buon contenuto in polifenoli; gusto dai toni buoni di amaro e piccante, colore che va dal giallo paglierino al verde più o meno intenso. Tali caratteristiche, oltre alla particolare composizione varietale della cultivar Sessana, si devono anche alla contemporanea presenza di un clima mite e di un terreno di natura vulcanica, ricco in macroelementi e microelementi essenziali alla produzione di olive e di olio di qualità.

Area di produzione

Il territorio che marca la DOP “TERRE AURUNCHE” è situato nella parte nord della provincia di Caserta, nella zona attorno al vulcano spento del Roccamonfina, nei territori olivetati dei comuni di Caianello, Carinola, Cellole, Conca della Campania, Falciano del Massico, Francolise, Galluccio, Marzano Appio, Mignano Monte Lungo, Mondragone, Rocca D’Evandro, Roccamonfina, San Pietro, Sessa Aurunca, Sparanise, Teano e Tora e Piccilli.

La superficie degli oliveti interessati alla DOP è stimata in circa 6.000 ettari, per una produzione annua media di olio pari a circa 18.000 quintali annui. Le aziende imbottigliatrici interessate alla produzione dell’olio DOP sono 15. Il fatturato medio annuo è stimato in 2 milioni di euro, valutando che la DOP interesserà, in fase di avvio, il 10% della produzione.


OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA “TERRE DEL MATESE”

L’olivicoltura delle zone circostanti il matese ha una storia millenaria, risalente ai tempi dei Sanniti e succesivamente documentata da alcuni autori latini che parlano appunto della fecondità delle colline “Allifae” e delle sue maglifiche olive. Naturalmente a caratterizzare questo olio è la particolare condizione pedoclimatica presente su questo lato della Campania.

 

L’olio Extravergine di oliva delle Terre del Matese si ottiene dalla trasformazione delle olive della varietà “tonda” per almeno il 65%, nonché “frantoio” e “leccino”, per non più del 35%. Il particolare che colpisce di più, anche i meno adetti al alvoro, è il particolare profumo fruttato e il gusto aromatico e vellutato. Si presenta con colore giallo paglierino o verde più o meno intenso. Si abbiano molto bene alla zuppa di pane cotto e fagioli, condita con un filo d’olio, piatto tipico della zona del Matese.

OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA “COLLINE CAIATINE”

Di sicuro, l’oliva Caiazzana, è ancora oggi un frutto di fondamentale importanza per la storia e l’economia locale. Sin dall’antichità, in questi territori, si è riservata particolare attenzione alla produzione olearia di qualità, come è attestato negli Statuti di Alvignano e Chiazza scritti tra il 1449 e il 1497, dove si regolamentavano le attività di coltivazione e di produzione.

Questa particolare cultivar solo qui è stata individuata e si è affermata grazie alla felice condizione climatica, caratterizzata da una piovosità limitata, concentrata nel periodo autunno-vernino, e da temperature invernali miti che in estate raramente raggiungono valori elevati.

L’oliva Caiazzana presenta una maturazione precoce: è pronta per la raccolta già agli inizi di ottobre; si distingue per il portamento assurgente e per i rami fruttiferi pendoli, non alterna ma produce tutti gli anni. Il frutto maturo presenta una polpa poco amara, con un colore violaceo fino al nocciolo, che tinge le mani … “se non tinge non è Caiazzana”. La natura dei terreni, profondi e freschi, dotati di buona fertilità, contribuisce a determinare le particolari caratteristiche chimiche ed organolettiche dell’olio che si ricava da questo prezioso frutto.

L’olio extravergine, in attesa della denominazione protetta “Colline Caiatine”, ha un fruttato leggero, tendenzialmente dolce, di facile accettabilità al consumo, con una nota aromatica alla mandorla ed un colore tendente al giallo paglierino. La sua bassa acidità è dovuta all’accurata selezione del frutto e al controllo della temperatura durante la premitura. Può essere ottenuto solo dalle seguenti varietà di olivo: Caiazzana per almeno il 65%; Corniola, Frantoio e Leccino, da sole o congiuntamente in misura non superiore al 35%.

La zona di produzione è individuata unicamente nei comuni del versante di Monte Maggiore che si affacciano verso la valle del Volturno e nei comuni di Caiazzo e delle Colline Caiatine. “Olio nuovo vino vecchio”, dicono i coltivatori. Si sa che l’olio degrada col tempo, a differenza del vino, ma col suo gusto delicato e armonico è adatto al consumo immediato oltre ad avere vantaggi salutistici che la sua freschezza implica… non è olio nuovo ma “novello”, con un’ottima accettabilità da parte del consumatore ed adatto a piatti delicati. Da alcuni anni sono sempre più numerose le aziende locali che si dedicano alla produzione dell’olio extravergine delle “Colline Caiatine”, ma l’oliva Caiazzana ha una duplice attitudine: è una ottima oliva da mensa oltre che da premitura.

Così riferiva il professore Giuliano Palumbo, studioso locale, in una sua relazione: “… Ci raccontava un vecchio contadino…, … che, in ogni proprietà esistevano soltanto una o due piante d’Olivo caiatino, il cui frutto era destinato alla tavola, previa cottura al forno, con l’aggiunta d’aglio, arance, sale e finocchietto, appositamente triturati. Sul desco di Natale, per tradizione, non poteva mancare questa speciale oliva, che veniva consumata negli intervalli tra una pietanza e l’altra…”

Ebbene si! La massima espressione dell’oliva Caiazzana è l’oliva da tavola, sia verde che matura. Essa risulta adatta alla preparazione delle olive appassite. Il metodo tradizionale per preparare l’oliva essiccata ancora è in uso presso alcune famiglie: Si condiscono le olive con alloro, sale, finocchietto, peperoncino. Le si lasciano fermentare per 15-20 giorni, al termine dei quali si lasciano nel forno diverse ore per farle essiccare. Un modo semplice per gustare un prodotto autoctono, genuino, rinomato e dal sapore unico.

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Eventi Alto Casertano
Il Riardo Borgo Festival ha voluto assegnare il giusto prestigio alla funzione sociale esercitata dalle orchestre di paese. Parliamo delle bande musicali di strumenti a fiato, assai diffuse nell’Italia meridionale, immancabili nelle processioni, feste dei santi patroni e riti civili. Il sesto appuntamento della kermesse prevede infatti il Raduno delle Bande giovanili, in programma sabato 11 maggio in piazza Vittoria, con l’esibizione della Banda musicale di Riardo “Ritmo e Armonia”, Direttore Nicola Tartaglia e domenica 12 maggio, inizio alle ore 16:00 con la sfilata delle bande per le strade del centro cittadino e concentrarsi tutte insieme in piazza Vittoria per il gran finale.
Ecco le 6 bande che parteciperanno all’evento: Banda musicale di Cave, in provincia di Roma, diretta dal M° Mario Muraglione. Banda musicale di Anzio, provincia di Roma, diretta dal M° Angelo La Villa. Banda musicale di Mondragone, provincia di Caserta, diretta dal M° Luigi Affinito. Banda musicale Città di Montemaggiore Pietramelara “Giovanni D’Ovidio, provincia di Caserta, diretta dal M° Giovanni De Robbio. Banda musicale di Airola, provincia di Benevento, diretta dal M° Pasquale Napolitano, nonché Presidente dell’ANBIMA regionale. Banda musicale di Riardo, provincia di Caserta, diretta dal M° Nicola Tartaglia, ispiratore dell’evento insieme al Direttore artistico del Riardo Borgo Festival Renato Maffei.
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Eventi Beneventano

MercAntico nel cento storico di San Lorenzello (BN) ogni ultima domenica del mese.

Il MercAntico, fiera dell’antiquariato si svolge in prevalenza all’interno delle antiche e caratteristiche botteghe artigianali che si trovano lungo via Roma e via Sorripe, dove gli espositori di mobili, ceramiche artistiche, oggetti d’antiquariato e prodotti tipici locali offrono ai visitatori il piacere di ammirare i simboli tangibili di un passato anche molto remoto.

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