Prodotti

VINI

VINI TIPICI

GALLUCCIO

Il vino a denominazione di origine controllata “Galluccio” deve essere ottenuto esclusivamente mediante vinificazione delle uve prodotte nella zona di produzione delimitata dal Disciplinare e provenienti da vigneti che, nell’ambito aziendale, abbiano le seguenti composizioni ampelografiche:
“Galluccio” bianco
Falanghina minimo 70%
Possono concorrere alla produzione di detto vino, da soli o congiuntamente, altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei e/o in osservazione, ammessi alla coltivazione nella Provincia di Caserta, fino ad un massimo del 30%.
“Galluccio” rosso e rosato
Aglianico minimo 70%
Possono concorrere alla produzione di detti vini, da soli o congiuntamente, altri vitigni a bacca rossa, non aromatici, idonei e/o in osservazione, ammessi alla coltivazione nella provincia di Caserta, fino ad un massimo del 30%.
I vini ad a DOP “Galluccio” bianchi, rossi e rosati devono essere ottenuti da uve provenienti da vigneti composti, nell’ambito aziendale, da uno o più vitigni inclusi tra quelli idonei alla coltivazione per i rispettivi bacini viticoli e unità amministrative della regione Campania iscritti nel registro nazionale delle varietà di vite per uve da vino, riportati nel disciplinare.

I vini a denominazione di origine controllata «Galluccio» all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:

“Galluccio” bianco:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
acidità totale minima: 5,0 g/l;
estratto non riduttore minimo: 15,0 g/l.

“Galluccio” rosso:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
acidità totale minima: 5,0 g/l;
estratto non riduttore minimo: 18,0 g/l.

“Galluccio” rosato:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
acidità totale minima: 5,0 g/l;
estratto non riduttore minimo: 17,0 g/l.

E’ in facoltà del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, modificare, con proprio decreto, sentito il Consorzio di tutela, i valori minimi riferiti all’acidità totale e ll’estratto non riduttore.

Caratteristiche organolettiche

I vini a denominazione di origine controllata «Galluccio» all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:

“Galluccio” bianco:
colore: giallo paglierino più o meno intenso;
profumo: delicato, fruttato, caratteristico;
sapore: secco, fresco, armonico.

“Galluccio” rosso:
colore: rosso rubino più o meno intenso, tendente al granata con l’invecchiamento;
profumo: gradevole, delicato, caratteristico;
sapore: asciutto, fresco, armonico.




Falerno del Massico

Il Falerno del Massico è un vino dalle antichissime e nobili origini, che possono vantare ben 2000 anni di storia. È prodotto in provincia di Caserta alle pendici del Monte Massico, in un territorio ritenuto altamente vocato per la coltivazione della vite fin dal tempo degli antichi Romani. Si tratta, infatti, del discendente del celebre vino romano Falernum, che era ritenuto tra i migliori rossi in assoluto dagli imperatori e dai Patrizi di Roma. Tuttavia, nonostante la sua straordinaria fama nei tempi antichi, con la decadenza dell’Impero romano e la sua successiva caduta, si persero le tracce di questo mitico vino. La riscoperta della zona di produzione dell’area del Monte Massico, cominciò nel corso dell’800, ma solo negli ultimi 40 anni alcuni produttori del territorio hanno deciso di recuperare la grande tradizione riproponendo un vino che potesse richiamare alla memoria il famoso nettare dei tempi degli Antichi Romani. Nasce così la riscoperta di un grande terroir e di un vino che oggi si pone a pieno diritto tra le migliori eccellenze dell’enologia campana.

 

Falerno del Massico: il vitigno e le caratteristiche

La versione tradizionale del Falerno del Massico Rosso DOC è prodotta con i due vitigni a bacca rossa autoctoni della Campania: l’aglianico e il piedirosso. L’aglianico è un antichissimo vitigno introdotto nelle regioni del sud Italia durante la colonizzazione greca. Si distingue per corpo e struttura importanti, fitta trama tannica e decisa acidità. Il piedirosso è un vitigno autoctono diffuso soprattutto in provincia di Napoli, nell’area vesuviana e del Monte Somma. A volte viene vinificato in purezza ma spesso è utilizzato insieme all’aglianico e allo sciascinoso. Il disciplinare prevede anche l’utilizzo del primitivo, un vitigno autoctono della Puglia che viene però coltivato in molte Regioni del sud Italia. Si tratta di un vitigno probabilmente originario della Dalmazia, viste le similitudini con il plavac mali e che prende il suo nome dalla maturazione precoce delle uve. Il Falerno del Massico Rosso DOC è un vino di buona struttura, dal colore rosso rubino intenso. Il suo bouquet esprime note fruttate piuttosto austere, con sentori leggermente speziati. Al palato ha una trama tannica importante e buona acidità.
La versione Falerno del Massico Primitivo DOC si distingue per note di frutta rossa e piccoli frutti di bosco, accompagnate da sentori speziati. Al palato risulta caldo, potente, di grande struttura, con aromi avvolgenti e intensi.

 

La Denominazione e il Consorzio del Falerno del Massico

Il vino Falerno del Massico è stato riconosciuto con la Denominazione d’Origine Controllata nel 1989. La zona di produzione è limitata al territorio di pochi comuni in provincia di Caserta: Carinola, Cellole, Falciano del Massico, Mondragone e Sessa Aurunca. Il disciplinare prevede anche la versione Falerno del Massico Bianco a base i falanghina (minimo 86%), tuttavia l’antica tradizione del territorio è legata alla produzione di vini rossi. Per il Falerno del Massico Rosso anche Riserva, la base ampelografica è stabilita in aglianico (minimo 60%) e piedirosso (massimo 40%), che sono le due uve tipiche del territorio, più un eventuale 15% di altre uve a bacca rossa autorizzate nella provincia di Caserta. È inoltre prevista anche la versione Falerno del Massico Primitivo, prodotta con uva primitivo (minimo 85%) e un eventuale saldo di aglianico, piedirosso o barbera, per un massimo complessivo del 15%. Il titolo alcolometrico minimo è di 12% per il Rosso e 12,50% per il Primitivo. ?Il Falerno del Massico Rosso e Primitivo, devono essere sottoposti a un invecchiamento minimo di 12 mesi prima di essere commercializzati. Per la Riserva è previsto un periodo d’invecchiamento di 2 anni di cui uno in botti di legno. 


Terre del volturno

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la IGT “Terre del Volturno” comprende l’intero territorio amministrativo dei comuni di: 
Capriati al Volturno, Gallo, Fontegreca , Ciorlano, Prata Sannita, Letino, Valle Agricola, S. Gregorio Matese, Pratella, Ailano, Raviscanina, S. Angelo Alife , Piedimonte Matese, Castello Matese, San Potito Sannitico, Baia Latina, Alife, Gioia Sannitica, Dragoni, Alvignano, Liberi, Ruviano, Caiazzo, Castel Campagnano, Piana di Monteverna, Castel di Sasso, Pontelatone, Formicola, Giano Vetusto, Pignataro Maggiore, Pastorano, Castel Morrone, Vitulazio, Bellona, Camigliano, Capua, Grazzanise, Santa Maria la Fossa, Cancello Arnone, Castelvolturno, Villa Literno, San Tammaro, Santa Maria Capua Vetere, Macerata Campania, Casapulla, San Prisco, Casagiove, Portico di Caserta, Recale, S. Nicola la Strada, Capodrise, Marcianise, Caserta, Maddaloni, Valle di Maddaloni, Cervino, Santa Maria a Vico, Arienzo, S. Felice a Cancello, Curti, Casal di Principe, S. Cipriano d’Aversa, Villa di Briano, Frignano, Casaluce, Teverola, Carinaro, Gricignano di Aversa, Succivo, Orta di Atella, S. Marcellino, Trentola Ducenta Parete, Lusciano , Aversa, Cesa, S. Arpino, Casapesenna, S. Marco Evangelista in provincia di Caserta.
e l’intero territorio amministrativo dei comuni di:
Giugliano, Qualiano, Sant’Antimo.

La presenza dell’uomo nelle ricche terre della pianura campana intorno al Volturno è antichissima e i ritrovamenti archeologici ci dicono che all’inizio viveva cacciando con mezzi rudimentali e raccogliendo i frutti spontanei della natura. Intorno al 900 a.C. gli uomini campani fecero importanti conquiste: non più nomadi, iniziarono a vivere in gruppi sociali,non abitarono più nelle grotte, per cui erano stati chiamati Opici dai Greci e Opicia il loro territorio, ed iniziarono ad essere coltivatori,dando sempre più importanza a questa attività,tanto da farla prevalere sulla pastorizia.
Quando tra la fine del IX secolo e gli inizi dell’VIII i Greci iniziarono a colonizzare la Campania, il territorio era già abitato da popolazioni che possiamo chiamare indigene e anche dagli Etruschi, che proprio in quegli anni avevano fondato Capua e che già praticavano un tipo di viticoltura I Greci ,grandi coltivatori della vite,quando colonizzarono la parte meridionale della nostra penisola,trovarono un ambiente adatto alla sua crescita e la diffusero dovunque le caratteristiche del suolo e del clima lo consentissero e la valle del Volturno per la natura del terreno e le dolci colline risultò essere un habitat molto favorevole.
I Romani, conquistata la penisola, si trovarono di fronte ad una viticoltura di due tipi:quella etrusca basata sulla tecnica di maritare la vite ad alberi vivi parzialmente sfrondati, che produceva un vino un po’ più aspro e di bassa gradazione alcolica e d’altra parte la modalità dei Greci con impianti potati a corto.
Il vino e la vite furono argomento di interesse di vari scrittori dell’antica Roma quali Virgilio, Plinio il Vecchio e soprattutto Columella. Da Cicerone sappiamo che si praticava una politica di protezionismo nei riguardi della vite e dell’ulivo non permettendo ai popoli oltre le Alpi di piantarli, ”per dare maggiore valore alle viti e agli ulivi di casa nostra”,come egli stesso dice, anche se i Romani, pur bevendo il vino in ogni occasione festiva e in ogni banchetto, non assaporandolo puro, ma mescolato a tutta una serie di ingredienti, non lo gustavano in purezza.
Con la caduta dell’Impero Romano e le invasioni barbariche tutte le forme di agricoltura vennero meno se non quelle legate alla sopravvivenza. La vite continuò a fiorire negli orti delle chiese e dei chiostri grazie al Cristianesimo, che aveva assunto il vino come uno degli elementi essenziali dell’Eucarestia. Con lo scorrere dei secoli la produzione di vini rifiorì e nonostante i grandi flagelli dello oidio,della fillossera e della peronospora arrivati dalle Americhe, con tenacia, impegno e studio si riuscì a salvare questo grande patrimonio dell’umanità. 
Eppure Plinio il Vecchio già nel I secolo d.C parlava della bontà dei vini della Campania felix nella sua Naturalis Historia; ne tesseva le lodi dicendo che la Campania aveva fatto salire il pregio di alcuni vini come il Caulinum e il Trebulanum che è stato da alcuni avvicinato al Casavecchia, in quanto Plinio parlava di Trebulanum, che era bevuto dai soldati, come vino prodotto nel quadrilatero di Pontelatone, Formicola, Castel di Sasso e Liberi.
La valorizzazione dei vini IGT Terre del Volturno è anch’essa storia abbastanza recente, ma i vitigni non sono recenti,sono antichi,anzi antichissimi,autoctoni,quasi tutti citati nella suddetta opera di Plinio il Vecchio,anche se con appellativi diversi. Aglianico, Asprinio, Casavecchia, Coda di Volpe, Falanghina, Fiano, Greco, Pallagrello bianco e Pallagrello nero, Piedirosso, Primitivo, Sciascinoso evocano nei loro nomi i lontani coltivatori greci o romani o significati legati ai dialetti locali, che documentano il loro stretto legame con le tradizioni del luogo di produzione e il territorio: così Aglianico da ellenico, Coda di volpe dal latino caudia vulpium per la sua forma caratteristica che fa pensare dalla coda di volpe; Fiano anch’esso dal latino vitis apiana, perché le api erano particolarmente ghiotte della dolcezza di queste uve; la Falanghina, che viene da ceppi romanobalcanici, trarrebbe il suo nome dal latino falanx o palo al quale le viti erano sostenute; l’Asprinio con le sue alberate è ancora una caratteristica della zona aversana dal tempo degli Etruschi; mentre Pallagrello ( o Pallarello nel dialetto locale) verrebbe da Pilleolata, letteralmente piccola palla in latino, a richiamare la forma degli acini.
Il Pallagrello è uno dei pochi casi di vitigno a bacca bianca e rossa. U pallarell, che nel dialetto locale significa rotondetto, riferito agli acini che hanno forma piccola e tonda, più antico del Casavecchia, la cui provenienza risale probabilmente all’antica Grecia, era presente addirittura nella vigna del ventaglio voluta da Ferdinando IV di Borbone nel real sito di S. Leucio. I Borbone lo apprezzavano molto e lo includevano con il nome di Piedimonte rosso(dalla zona pedemontana del Matese da cui ha origine) tra i vini delle grandi occasioni,preferendolo a quelli francesi e lo fecero così diventare il vino del re. Questo vitigno è stato confuso in passato con il Coda di volpe e fu il Froio che, dopo aver parlato del Coda di volpe usando i sinonimi Pallagrello bianco e Durante, verso la fine del 1800 diede notizia di un Coda di volpe diffusa a Torre del Greco e del Pallagrello diffuso nel Casertano,ritenendo quindi diverse le due varietà e comunque studi recenti ne hanno sancito la definitiva differenza. Esso oggi è molto diffuso nella provincia di Caserta e maggiormente nell’area delle colline caiatine.

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Base ampelografica
La IGT “Terre del Volturno” è riservata ai seguenti vini: bianco, bianco amabile, bianco frizzante ,bianco passito, rosso, rosso amabile, rosso frizzante, rosso passito, rosso novello, rosato, rosato amabile, rosato frizzante.
I vini ad IGT “Terre del Volturno” bianchi, rossi e rosati devono essere ottenuti da uve provenienti da vigneti composti, nell’ambito aziendale, da uno o più vitigni a bacca di colore analogo, idonei alla coltivazione per le province di Caserta e Napoli ed iscritti nel Registro Nazionale delle varietà di vite per uve da vino, riportati nel disciplinare.
I vini ad IGT “Terre del Volturno” con la specificazione di uno dei seguenti vitigni:
Aglianico, Asprinio, Casavecchia, Coda di Volpe, Falanghina, Fiano, Greco, Pallagrello bianco, Pallagrello nero, Piedirosso, Primitivo, Sciascinoso, Casavecchia
è riservata ai vini ottenuti da uve a bacca di colore analogo provenienti da vigneti composti, nell’ambito aziendale, per almeno l’85% dai corrispondenti vitigni.
Possono concorrere, da sole o congiuntamente, alla produzione dei mosti e dei vini sopra indicati, le uve dei vitigni a bacca di colore analogo, non aromatici, idonei alla coltivazione per le province di Caserta e Napoli, fino ad un massimo del 15%, idonei alla coltivazione per i rispettivi bacini viticoli e unità amministrative della regione Campania.
I vini ad IGT “Terre del Volturno” con la specificazione del vitigno: Asprinio possono essere prodotti anche nella tipologia frizzante.